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Turkmenistan: magari un’ altra volta.

Lascio l’Iran che mi ha conquistato. A breve due righe sulle persone e le città che ho visto e di cui ho fatto esperienza. Quello che maggiormente mi ha colpito ė stata la linea comune di tutti gli incontri.

Un’ accoglienza sempre con il sorriso da parte di qualsiasi individuo. Non lo so mi sembra quasi per volersi discolpare da una colpa ancestrale, farsi vedere, scoprire con occhi nuovi e l’immancabile domanda: che cosa pensa il tuo paese di noi? Che notizie vi arrivano? Vedi, mica siamo terroristi. Parla di noi e di quello che hai visto, di come ė veramente la gente.

Ė ora di spostarsi ancora e via da Mashad mi muovo verso Bagjiran, città di frontiera con il Turkmenistan, dopo una serie di cambi di auto e bus.

Turkmenistan, croce e delizia tra i viaggiatori dell’Asia centrale per il visto che richiede sempre grandi sforzi ed ogni volta nuove carte e contatti. Vedi post dedicato a breve.
Già preparato ad attendere diverse ore non rimango deluso quando approdo in questo universo. Tre ore di lentezza e controlli intervallati da pranzi, pause, malfunzionamenti di terminali e controlli a raggi x.

Ashgabat. La città luccica, risplende il marmo bianco che lastrica tutti gli edifici e le cupole dorate. La città ė abbastanza alienante. Le strade, ampie a 4 o 5 corsie per un traffico che non supera la ventina di macchinoni in un km, righe perfette e lampioni bianchi smaltati. Tutto perfettamente in ordine, peccato però che in giro non ci sia nessuno dato il caldo già notevolmente importante. I 35 gradi ad aprile scoraggia i più ad avventurarsi per le strade peraltro prive di qualsiasi punto di ristoro o refrigerio. I giardini sono recintati. Bella ed inutile. Una bomboniera con i fiocchi, da godersi a bordo di auto con vetri oscurati. La città ė stata completamente rasa al suolo nel 1948 da un terremoto, che ha decimato 2/3 della popolazione. L’ecclettico presidente Niyazov dal nulla ha riprogettato e ricostruito la città con i capitali provenienti dal gas.

Una nazione praticamente priva di qualsiasi approvvigionamento idrico che ha fatto esperienza di uno dei più grandi disastri ambientali dell’ultimo secolo del vicino Uzbekistan, il lago d’Aral. Quarto specchio d’acqua al mondo per estensione ed ora completamente a secco. Il vicino mar Caspio ė altrettanto sfruttato e maltrattato per la produzione del caviale e la sovrappesca. Ecco, la coscienza ecologica non è proprio il forte di questa nazione. Detto ciò nella città sono presenti innumerevoli fontane una delle quali vanta il presunto Guinness di fontana più grande al mondo. Sembra che la città cerchi la popolarità attraverso le stranezze e i record. Vicino all’interminabile edificio che comprende i vari uffici del presidente, sventola la bandiera turkmena, e che ve lo dico a fare, inserita nel Guinness dei primati per essere la più grande. La città si sta preparando inoltre ad ospitare nel 2017 le olimpiadi asiatiche e ti dirò che sembra tutto già quasi pronto.
Turkmenistan famoso per le grandi riserve di gas ed il precedente presidente Niyazov. Conosciuto per lo stravagante culto della personalità, un paio di cosette da esempio.
1) Ha fatto erigere un numero indefinito di statue di se stesso, affibbiandosi l’appellativo di Turkmenbashi, leader dei Turkmeni. Una di queste statue ė particolarmente famosa poiché seguiva l’andamento del sole, mostrando sempre la faccia al sole del radioso presidente. Demolita qualche anno fa. Nella citta sono presenti edifici degni di un parco tematico. Inutili e surreali.
2) Il nuovo presidente, Berdymukhamedov, non è da meno, solamente un po’ meno gasato. Ricordati che il 19 febbraio ė festa della bandiera nazionale (ė anche il compleanno dell’attuale presidente).

Il visto di transito non mi permette di stare più di cinque giorni nel paese e ti dirò che non mi lamento troppo. Raggiungo dopo quindici ore di treno la città di Dašhogus al confine con l’Uzbekistan comoda per raggiungere Khiva.
Il treno ė di costruzione russa/cinese, di medesima fattura del treno con il quale ho viaggiato lungo la transiberiana nel 2009 e la sensazione ė piacevole. Spazi ridotti al millimetro ma funzionale ed oserei dire quasi comodo. Alle 19 salgo sul treno, alle 20 sto già chiudendo gli occhi, complice l’effetto soporifero che mi provoca il treno o forse dovuto alla lunga notte precedente passata con Ruslan e gli amici a brindare all’amicizia tra i popoli, alla pace, ai genitori e sinceramente i sei sette brindisi finali non li ricordo troppo bene. Sicuramente saranno stati tutti sinceri ed importantissimi.
In anticipo di cinque ore sul tempo previsto, non capivo perché tutti sì affrettassero a scendere, raggiungo la felice Dashogus. Città in puro stile sovietico. L’immagine del presidente ancora una volta presente in tutti gli edifici statali nelle più disparate posizioni; a colloquio con personalità politiche, chino su una mappa o intenzionato a scrutare l’orizzonte in tuta mimetica, mi ricorda un action figure a cui puoi cambiare abito a seconda della circostanza e dell’attività.

50, dico 50$ vogliono per una stanza nel unico discreto hotel della città. Fatalità non ci sono più stanze singole e quindi devo pagare per intero una doppia. In Iran 100$ sarebbero stati sufficienti per più di dieci notti, spero di non dovermi abituare a questo trend. Qualcosa di buono c’è. Mi informano che la colazione sarà disponibile dalle 6 della mattina successiva. Un buon motivo per darsela a gambe appena possibile. Esco giusto per un paio di minuti per un giro dell’isolato. La città ė davvero troppo eccitante, trascorrerò il resto del giorno a fare zapping e sonnecchiare nella stanza più cara di sempre.
Sei e cinque check out, alle sette sono già in direzione della frontiera. Ogni città ha il suo perché, le sue bellezze, le sue caratteristiche ma ecco a Dashogus non ci torno per le vacanze estive. Probabilmente un cementificio all’ora di chiusura ė molto più interessante. Senza nulla togliere, eh.
Una ventina di minuti dal “centro” e sono al confine. In aperta campagna turkmena attendo l’apertura della frontiera alle 9. Non so che cosa mi aspetta, ma sono sicuro che non potrà andar peggio.