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سلام

Solo, finalmente. Appoggiato ad un muro di mattoni cotti al sole, sono a Toudeshk un piccolo villaggio di qualche anima alle porte del deserto iraniano del Dasht-e Kavir.

Ritorno a buttare giù un po’ di pensieri dopo qualche giorno, o meglio ormai credo siano quindici. Sono in Iran. Sono stato risucchiato da un vortice di ospitalità, protezione e voglia di mostrare tutto il meglio di se dai suoi abitanti. Un’ottantina di chay, con una media di sette al giorno, una trentina di inviti a pranzi o cene con i parenti più lontani dei quali rifiutati la metà per difficoltà logistiche. Abituato a fare ciò che voglio quando voglio vengo travolto dall’ Oceano Iran (Ciao Zolin). Imparerò ad essere deciso e fermo nelle mie scelte ed a pianificare la giornata per bene se voglio avere un po’ di spazio per stare con me.
Dico così ma già mi mancano terribilmente tutte le mille attenzioni rivoltemi. Dal cuscino sotto il braccio portato dalla nonna apprensiva alla colazione nel patio con i cugini.

Bene, e ora da dove comincio?

Chi sono, dove vado, perché, ho amici in Iran, il nome di mio padre, che lavoro faccio. L’ufficiale mi controlla visto e passaporto annotando le mie risposte. La chiave del nuovo cambiamento lo stringe forte nella mano destra una giovane recluta della polizia di frontiera. Ė un chiavistello di ferro scuro che tiene serrato il grosso portone che tiene divisi chi arriva e chi lascia. Con un benvenuto in Iran che si confonde con un’interrogativo sgancia il ferro. Si spalanca il portone.
Ė frustrante, ho nuovamente perso i miei punti di riferimento con la lingua e con il cambio, con nuove voci e cadenze, con i nuovi ciao e i nuovi grazie.
Assalito da chi mi vuole cambiar soldi o scarrozzarmi in auto mi rifugio in un ufficetto della banca locale per cambiare un paio di spicci per cominciare ad orientarmi con i Rial, la valuta Iraniana. Un pel panzone baffuto addetto al cambio mi consiglia di rivolgermi ai cambiavalute in nero, dai quali dopo una decina di minuti sono appena riuscito a divincolarmi. Il cambio della banca ė troppo basso da lui.
Classico scambio di curiosità, chi sei e dove vai, ci si intende da subito e dopo un’occhiata destra e sinistra mi mostra un video di una bella signorotta abbondante tutta vestita che sculetta per bene. Se la ride e mi chiede se ho qualcosa di simile da mostrargli, purtroppo non posso ricambiare il favore. Raccolgo lo zaino e via.

Aggancio un passaggio dalla frontiera e mi dirigo verso Maku da dove poi procedere. Corse pazze per la città al limite del ribaltamento per raggiungere un bus per il quale ho tutto il tempo a disposizione.
Tabriz, ė il mio primo approccio con l’Iran. La raggiungo dopo 4 ore di paesaggi lunari. Lì ad aspettarmi c’è Hossein, un ragazzo di una trentina d’anni che mi ospiterà per i prossimi tre giorni. Condivide tutto ciò che ha. Prepariamo il posto per la cena e mangiamo quello che l’amico Habib ha preparato. Hossein dovrà subirsi tutti i miei primi interrogativi su religione, usi e costumi.
Qui funziona così. Solitamente la casa ė composta da una grande sala centrale coperta totalmente da tappeti e da un cucinino aperto. Ovviamente l’accesso con le scarpe ė off limits. Per i pasti si distende al centro una tovaglia e si mangia tutti insieme senza tavolo e sedie. Per la notte si distende una sorta di lenzuolo coperta per terra e buonanotte. L’ambiente costringe ad una elevata condivisione dell’intimità, con la quale peraltro ci si abitua dopo poco, creando velocemente una forte unione con gli ospitanti.

Un mondo così lontano e persone che senti come fratelli dopo pochi minuti, fanno presto ad entrarti dentro. Arrivi e sembra che fosse tutta la vita che aspettassero quel momento. Tutto l’ansia dei giorni precedenti e lo smarrimento delle prime ore svanisce poco a poco. Data la difficoltà nell’uscire dal proprio paese, Couchsurfing diventa un modo prezioso e facile per venire a contatto con persone esterne, di sentirsi parte di un mondo fuori dall’Iran e di scambiare liberamente le proprie opinioni. Per chi viene ospitato l’esperienza è semplicemente senza prezzo. Si entra direttamente nella vita della città senza passare per ambienti edulcorati e preparati per chi viene da fuori.